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RISPOSTE ALLE DOMANDE DEI LETTORI

Alessandro Mancini e i suoi collaboratori rispondono alle vostre domande su acquariofilia e terrariofilia (dall'archivio delle riviste Il mio Acquario)
 

Una pianta bicolore

Ho introdotto nel mio acquario una piantina di nome “Erigraphis” (così era scritto sul vetro nel negozio dove l''ho comprata), ho provato a cercarla sia sul vostro sito che sulla rivista ma non sono riuscito a trovare informazioni utili, perciò provo a descrivervela: ha foglie lunghe e strette (10 e 3 cm), viola nella pagina inferiore e verdi superiormente. Gabriele Zuanetto – messaggio e-mail.

Il nome esatto della sua pianta è Hemigraphis. Si tratta di un genere appartenente alla famiglia Acanthaceae, diffuso prevalentemente nelle regioni tropicali a clima caldo-umido del Sud-Est asiatico. La specie più comune nei negozi di acquariofilia è H. alternata, più nota commercialmente come H. colorata. Ne esistono diverse varietà sia di forma che di colorazione, dalla sua sommaria descrizione si tratta probabilmente della “Narrow Leaf”, caratterizzata appunto da foglie molto più lunghe e strette della forma originaria. Non l’ha trovata nella sezione del nostro sito dedicata alle piante semplicemente perché... non è una pianta per l’acquario! Appartiene infatti al gruppo, purtroppo abbastanza numeroso nelle nostre vasche, di specie cosiddette “igrofile” (amanti cioè di ambienti umidi), che difficilmente e in genere solo per brevi periodi si adattano a vivere – meglio, a sopravvivere – completamente sommerse. Piante igrofile (come le dracene) erano in passato sporadicamente importate dai vivai asiatici e vendute erroneamente per l’acquario, il diffondersi della coltura idroponica da parte delle serre europee (da cui oggi proviene la maggioranza delle piante da acquario) ha purtroppo accresciuto notevolmente il fenomeno, col risultato che oggi l’offerta dei negozi abbonda di specie assai più adatte al paludario o al terrario umido piuttosto che all’acquario. È auspicabile in proposito che sia le serre produttrici (con appositi cartellini acclusi ai vasetti), sia i negozianti (con i loro consigli) avvisino l’acquariofilo che queste piante sono, appunto, destinate al terrario e non all’acquario. Tornando a H. alternata, questa pianta originaria dell’Indonesia viene normalmente coltivata nel Sud-Est asiatico per... ornare le aiuole cittadine; da noi è considerata una pianta da appartamento, che soprattutto durante la bella stagione richiede una buona illuminazione (ma non la luce diretta del sole), fondo piuttosto acido di terriccio di foglie e torba mantenuto sempre bagnato e frequenti vaporizzazioni d’acqua sulle foglie, che altrimenti tendono ad “accartocciarsi”. In condizioni ottimali produce numerosi getti laterali e apicali, facile quindi la moltiplicazione per talee da ripiantare nel terriccio umido. In acquario la crescita è assai più lenta e, come spesso avviene in questi casi, le foglie sono facilmente aggredite dalle alghe infestanti; una temperatura non troppo elevata (22-24°C) e un’illuminazione moderata o attenuata da piante galleggianti possono aumentare i tempi di sopravvivenza della pianta in un ambiente, lo ricordiamo ancora, per essa innaturale.

 

Sempre i soliti pesci?

Perché non fate una serie di monografie sui vari Ciclidi dei grandi laghi africani? Ho notato che vi occupate sempre dei soliti pesci d’acqua dolce che conoscono tutti gli acquariofili, mentre dovreste fare degli articoli anche su pesci meno noti alla maggioranza degli appassionati. Claudio S. – messaggio e-mail.

Dissentiamo decisamente dalla sua opinione, citando al riguardo solo alcuni dei pesci d’acqua dolce tutt’altro che comuni di cui ci siamo occupati nei 12 numeri di quest’anno: “Flower Horn”, Sturisoma spp., Aphyosemion gardneri, Lepidosiren paradoxa, Aulonocara steveni, Myleus schomburgki, Lamprologus congoensis, ecc., alcuni dei quali presentati nella nuova rubrica “La vetrina delle meraviglie” che ha proprio lo scopo di far conoscere ai lettori specie un po’ inusuali. La sua lettera ci dà però l’occasione di spiegare brevemente la nostra linea editoriale. Siamo una rivista acquariofila “a tutto campo”, che si occupa di tutti gli aspetti del nostro hobby e si rivolge a chiunque lo pratichi o voglia accostarvisi, sia esperti che neofiti: questi ultimi costituiscono la gran parte degli appassionati, posseggono un acquario d’acqua dolce e, con i nostri articoli, ci auguriamo di contribuire ad appassionarli ancora di più magari allestendo anche altre vasche piuttosto che relegare malinconicamente la prima e unica in cantina. Centinaia di specie di pesci d’acqua dolce vengono allevate in acquario, si tratta però di un’offerta puramente teorica: possiamo infatti tranquillamente affermare che almeno l’80% dei pesci che nuotano nelle vasche dei negozi e degli acquariofili appartiene a una ventina soltanto di specie (a esser generosi), tra le quali per contare i Ciclidi (che ci sembrano i suoi preferiti) bastano e avanzano le dita di una sola mano... È evidente che le specie più diffuse meritano spazio e considerazioni adeguati, ovviamente ciò non vuol dire ignorare le altre alle quali, anzi, dedichiamo sempre più attenzione (la già citata rubrica, di recente istituzione, ne è la prova) proprio per stimolare l’acquariofilo ad ampliare il più possibile il campo dei propri interessi, scoprendo le infinite potenzialità di conoscenza offerte da questo splendido hobby. Abbiamo però ritenuto di fare una scelta ben precisa al riguardo, fin dal primo numero. Chi – oltre alla nostra – legge anche altre riviste acquariofile italiane, avrà notato che un po’ tutte usano pubblicare articoli ripresi e tradotti da riviste estere, espressione di mercati (come quello tedesco o quello olandese) spesso ritenuti, a torto o a ragione, più “evoluti” e comunque più ricchi - in termini di offerta di specie - del nostro. Molti di questi articoli presentano pesci, piante e invertebrati magari anche interessanti ma introvabili da noi, semplicemente perché nessuno li importa. Riteniamo perciò molto più corretto dedicare le nostre pagine solo ed esclusivamente a ciò che – con un po’ di pazienza e un pizzico di fortuna – si può trovare senz’altro nelle vasche dei nostri negozi. Concludiamo con una notizia che farà senz’altro piacere a lei e a tutti i lettori ciclidofili: nel prossimo numero troverà un bellissimo articolo dedicato ai “leopardi del Malawi”, i Ciclidi del genere Nimbochromis.

 

Una tartaruga fuori dal comune

Complimenti per la rivista, che numero dopo numero si rivela sempre più interessante! Vorrei informazioni su Pyxidea mouhoti, visto che sia la letteratura specializzata che internet sono piuttosto avidi di notizie riguardanti questa stupenda tartaruga. Matteo G. – messaggio e-mail.

Classificata in passato nel genere Cyclemys, Pyxidea mouhoti (Gray, 1862) o tartaruga tricarenata indiana è diffusa in buona parte dell’Indocina, dall’India alla Tailandia e al Vietnam, nonché nell’isola di Hainan. Il suo carapace marrone tipicamente carenato raggiunge i 20 cm di lunghezza, con l’età adulta si sviluppa una cerniera trasversale sul piastrone, che ne consente una parziale chiusura come nelle “tartarughe scatola” dei generi Cuora e Terrapene. Contrariamente alla maggioranza degli altri Emididi (tartarughe perlopiù palustri), ha costumi essenzialmente terricoli e frequenta soprattutto le foreste tropicali e le boscaglie umide, sempre vicino però a stagni e zone acquitrinose; è attiva al tramonto e trascorre le ore più calde interrata o nascosta nel fogliame e tra i detriti vegetali. Richiede un acquaterrario di almeno 120x80 cm di base per una coppia, con parte acquatica profonda 15-20 cm e non superiore al 30% della superficie, arredamento composto da torba, muschio e cortecce; T 24-30°C, umidità sempre molto elevata. Associare solo a tartarughe palustri molto tranquille, come Cuora flavomarginata e Heosemys spinosa. Onnivora, in età adulta è più marcatamente vegetariana, preferendo soprattutto frutta polposa (banane, meloni, susine, kiwi, ecc.) e insalata; la dieta va integrata con camole, lombrichi e mangimi per tartarughe sia di terra che d’acqua.

 

Riprodurre insieme cardinali e pagliacci

Ho un acquario marino di 85 l, con coralli molli, circa 10 kg di pietre viva, schiumatoio Visi-Jet, filtro biologico interno, pompa di movimento e luce HQI 150 W. Da sempre il mio interesse è rivolto alla riproduzione, vorrei perciò riprodurre il pesce cardinale Pterapogon kauderni che ho conosciuto proprio grazie a voi ma per vari motivi mi sono "trovato in vasca" una coppia di pesci pagliaccio Amphiprion ocellaris di circa 4 cm. Posso, secondo voi, tentare di riprodurre in questa vasca entrambe le specie aggiungendo quindi 3 P. kauderni per tentare di ottenere una coppia, oppure si daranno fastidio vicendevolmente riducendo le possibilità di successo? Tullio Ferri – Magenta.

La convivenza tra coppie riproduttrici delle due specie da lei citate sarebbe senz’altro possibile, purtroppo però non in una vasca piccola come la sua. Soprattutto i pesci pagliaccio diventano piuttosto territoriali quando difendono le loro uova, necessitando così di un certo spazio se allevati insieme ad altri pesci. Nel suo caso le consigliamo almeno 200 l effettivi, tenga inoltre presente che, se la riproduzione di P. kauderni può essere tentata con successo anche nell’acquario comune (ricordiamo che si tratta di un incubatore orale, con larve alimentabili dall’acquariofilo con relativa facilità), quella di A. ocellaris richiede necessariamente l’allevamento separato delle minuscole larve, sia per sottrarle alla predazione degli altri ospiti che per fornir loro nutrimento adeguato (soprattutto rotiferi) e in concentrazione sufficiente.

 

La sostituzione delle lampade

Che durata hanno le lampade di un acquario? Io ho un Askoll Ambiente 100 da circa 9 mesi con due lampade di serie: è ora di sostituirle? Mi suggerite le stesse oppure altre di qualità superiore, considerato che allevo discus con piante di Echinodorus e Anubias. Dino D. – messaggio e-mail.

Volendo sostituire i due neon da 38 W di serie del mio acquario, quali mi consigliereste per qualità, durata e spettro? Specifico che ho un acquario di comunità tropicale con media vegetazione. Christian T. – messaggio e-mail.

La durata delle lampade per acquari è molto variabile. I neon tradizionali hanno una durata stimabile generalmente in 6-7.000 ore di accensione, quelli al trifosforo arrivano a 8-10.000 ore, mentre i recenti T5 vengono accreditati fino a 15.000 ore. In realtà, l’emissione luminosa di una lampada – in termini sia di composizione dello spettro, sia di intensità di luce – scade sensibilmente nel tempo (perdita fino al 70-80% al momento di esaurirsi del tutto), anche se al riguardo i neon al trifosforo e i T5 sembrano essere più costanti. Con una media di accensione di 10 ore al giorno, è preferibile sostituire le lampade ogni 8-10 mesi al massimo, salvo diversa indicazione del costruttore: qualora (come nel caso degli acquari dei nostri lettori) vi siano più lampade, consigliamo di non cambiarle insieme, bensì a distanza di qualche settimana l’una dall’altra. Inoltre, se le lampade usate fino al momento della sostituzione hanno dato buoni risultati in termini di crescita delle piante e contenimento delle alghe, non vediamo il motivo di cambiare tipo e/o marca delle stesse, soprattutto nel caso di acquari di serie il cui impianto di illuminazione in dotazione è in genere frutto di accurate sperimentazioni: chi lascia la vecchia strada per quella nuova...

 

Un nobile pesce rosso

Ho 15 anni e già da un po’ mi diletto nell''allevamento di varie specie di pesci d''acqua dolce tropicale. Vorrei riallestire una mia vecchia vasca di 100 l per allevarvi dei carassi ranchu giapponesi: potete darmi delle informazioni generali su questi splendidi pesci, visto che devono essere piuttosto delicati? Matteo R. – messaggio e-mail.

I ranchu – più noti in italiano come “pesci rossi testa di leone” – costituiscono una varietà di carassio dal corpo ovoidale, privo della pinna dorsale e munito di caudale doppia ed escrescenze intorno al capo. Come altre varietà eteromorfe (cioè nettamente diverse dalla forma ancestrale del popolare pesce rosso) è più adatta all’acquario, sia temperato (dai 15°C in su) che moderatamente tropicale (20-25°C), che non al laghetto. Richiede in ogni caso vasche grandi e spaziose (la sua ci sembra ai limiti, comunque adatta al massimo per 3-4 esemplari), con forte filtraggio, buona ossigenazione, frequenti cambi parziali dell’acqua e regolare aspirazione dei detriti sul fondo. È consigliabile un fondo di ghiaietto grossolano, con poche piante robuste o di plastica anche se, rispetto ad altre varietà di carassio, è meno aggressiva nei confronti della vegetazione acquatica. La dieta dovrebbe essere basata su mangimi specifici e completi per carassi selezionati, sia in fiocchi che in pellets, da integrare con verdura cotta e ogni tanto con cibo vivo e surgelato (lombrichi, tubifex, chironomi, dafnie, ecc.). Particolare attenzione va prestata durante le manipolazioni con il retino, che possono danneggiare le delicate escrescenze sul capo.

 

Un “angolo” di barriera

Ho una vasca angolare di serie da 130 l che vorrei trasformare in acquario di barriera con pesci e invertebrati. Gradirei vostri suggerimenti, vista la struttura dell''acquario, sul parco-lampade da adottare e sugli accessori indispensabili per questo tipo di acquario. Tommaso Nuti – messaggio e-mail.

Fino ad un recente passato la gran parte degli acquari era costituita dalle classiche vasche a base rettangolare o, al più, di forma cubica, ritenute – a ragione – il miglior compromesso tra le esigenze estetiche e quelle biologiche di un acquario che sia bello ma anche razionale. Negli ultimi anni si è assistito al proliferare delle più diverse forme “alternative”, alcune delle quali per la verità piuttosto discutibili sia dal punto di vista estetico che tecnico. Una di queste è la cosiddetta “angolare” o “delta”, una vasca cioè con base a triangolo isoscele idealmente collocabile in un angolo della casa. La particolare forma di questo acquario penalizza soprattutto il filtraggio (se, come quasi sempre accade, viene equipaggiato col classico filtro biologico interno) e l’illuminazione (se si utilizzano tubi al neon, la cui potenza è com’è noto proporzionale alla lunghezza). Le soluzioni tecniche adottate dalla maggior parte dei costruttori sono a nostro avviso soddisfacenti per l’acqua dolce, non per un impiego nel marino. In questo caso è necessario potenziare sicuramente l’illuminazione, sostituendo i tradizionali neon T8 con dei T5 associati a parabole riflettenti o direttamente con un impianto a lampade sospese a ioduri metallici (per la sua vasca una singola HQI da 150 W dovrebbe essere sufficiente). Riteniamo inoltre indispensabile l’inserimento di uno schiumatoio, nonché di una pompa di movimento (power-head).

 

Pesci volanti di casa nostra

Ho trovato sulle coste laziali un pesce "volante" dai colori splendidi, vi allego una foto sia per pubblicarla come rarità dei nostri mari, sia per conoscerne il nome scientifico e la provenienza (da una mia ricerca su internet sembra provenire dal Giappone). Mario Calfizzi – messaggio e-mail.

Il pesce da lei osservato si chiama Dactylopterus volitans e non vive in Giappone (dove è peraltro diffusa una specie affine dell’Indo-Pacifico, D. orientalis), bensì nell’Atlantico orientale e, più raramente, nel Mediterraneo. Può raggiungere il mezzo metro di lunghezza ed è caratterizzato, oltre che da una variopinta livrea, da un eccezionale sviluppo delle pinne pettorali che, contrariamente a quanto si credeva in passato, non vengono utilizzate per “planare” sull’acqua bensì sul fondo (vive a profondità comprese tra 10 e 180 m), dove il pesce può anche “camminare” con i raggi molto mobili delle pinne ventrali: si pensa che l’estensione delle pettorali abbia un effetto deterrente sui predatori, facendo apparire il pesce molto più grande di quanto non sia in realtà. I “veri” pesci volanti, capaci effettivamente di librarsi fuori dall’acqua, appartengono in realtà alla famiglia Exocoetidae, strettamente imparentata con le aguglie.

 

Una razza d’acqua dolce

Vorrei delle informazioni su un pesce di cui si sente poco parlare: la razza Potamotrygon reticulatus. Può convivere in un acquario di 375 l con 4-5 discus? Secondo voi quali piante potrei inserire? Gianluca Bini – messaggio e-mail.

Questa specie appartiene alla famiglia dei Potamotrigonidi (il cui nome latino significa letteralmente “razze dei fiumi”), diffusa nelle acque dolci tropicali sudamericane, in particolare in quelle basse e non troppo veloci dei fiumi, nelle foreste inondate (“igapòs”) e nei canali naturali che si snodano nella foresta (“igarapès”), ovunque ci sia un fondo sabbioso ricoperto di foglie e detriti tra il quale questi pesci amano nascondersi o infossarsi rendendosi pressoché invisibili dall’alto grazie anche a una livrea particolarmente mimetica. Al pari delle cugine di mare, le razze d’acqua dolce possiedono un lungo e velenoso aculeo, posto circa a metà coda, la cui funzione è esclusivamente difensiva: aggredita, la razza usa la sua coda a mò di frusta, cercando di colpire con l’aculeo. La dieta consiste essenzialmente in molluschi e crostacei (il cui “guscio” è agevolmente frantumato dalla robuste dentatura molariforme, cioè appiattita per favorire la triturazione del cibo), vermi e, più raramente, pesci. Considerata la grande taglia (fino a quasi un metro di lunghezza - metà del quale spettante alla coda - e 30-40 cm di diametro del “disco”), occorre prevedere una vasca di almeno 150x70 cm di base, meglio se più grande. Una sabbia fine (granulometria 1-2 mm) è ideale per il fondo, che non dovrà essere sifonato troppo spesso. L’arredamento sarà limitato a poche rocce e radici legnose disposte a ridosso delle pareti, tra cui si potranno coltivare solo piante robuste come grosse Echinodorus e Anubias. La convivenza con la maggioranza degli altri pesci è sconsigliata, quella con discus e scalari (e altre specie pacifiche ma di buona taglia) è comunque tentabile in vasche molto spaziose. Le razze non gradiscono una luce intensa e diretta, cui cercano di sottrarsi insabbiandosi o nascondendosi tra i detriti: un filtraggio attraverso torba (che scurisca leggermente l’acqua facendo da filtro naturale ai raggi luminosi) e la presenza di piante galleggianti sono perciò particolarmente graditi. Valori fisico-chimici ideali: T 25-28°C; pH 6-7; durezza inferiore a 12°dGH; nitrati inferiori a 50 mg/l. Come tutti i Selaci, le razze sono molto sensibili ai medicinali a base di rame e altri metalli, che andrebbero quindi evitati. Lente ad acclimatarsi, spesso introdotte in un nuovo ambiente rifiutano a lungo il cibo: è consigliabile provare a nutrirle a luci spente, offrendo loro inizialmente prede vive come chiocciole acquatiche (ampullarie e simili), cozze appena aperte, gamberetti, lombrichi. Col tempo, accettano anche pesciolini morti, polpa di cozza e di gambero e perfino mangime in compresse per pesci di fondo.

 

Consigli per un laghetto

Sto costruendo un laghetto esterno di 220x320x80(h) cm, vorrei sapere se sul telo in PVC posso stendere del materiale di fondo e inserirvi quindi delle piante. Può andare il seguente popolamento: 4 gamberi di fiume, 3-4 carpe koi, 4 pesci rossi, 2-3 tartarughe? Mauro L. – messaggio e-mail.

Considerate anche le dimensioni relativamente ridotte del suo laghetto, è senz’altro possibile (e a nostro avviso consigliabile) ricoprirne il fondo sintetico, suggeriamo in proposito dei ciottoli di fiume o del ghiaietto policromo grossolano (granulometria 2-3 cm). La sua funzione dovrebbe essere però essenzialmente quella di rendere più naturale l’ambiente per pesci e invertebrati, fornendo al tempo stesso un substrato più ampio e diversificato per l’istallazione della flora batterica e degli altri organismi bentonici decompositori deputati alla degradazione delle sostanze organiche (una sorta di “filtraggio biologico naturale”). A tale scopo è sufficiente uno strato di pochi centimetri, anche per evitare in futuro eventuali, sgradevoli fenomeni di compattamento e fermentazione del fondo stesso dovuti alla scarsa circolazione di acqua (e quindi di ossigeno) a causa dell’accumulo di detriti; sempre per questo motivo sconsigliamo l’utilizzo di fertilizzanti e sottofondi fertili (terriccio e simili), che oltretutto possono fungere da pericoloso nutrimento per le alghe infestanti. Meglio dunque inserire le piante direttamente con i vasetti nei quali sono vendute, sui quali eventualmente si praticherà una fertilizzazione mirata usando appositi concimi per laghetti e acquari. Passando al popolamento animale, decisamente sconsigliabile l’associazione pesci-tartarughe: queste ultime, oltre a risultare alla lunga pericolose per i pinnuti e i crostacei, necessiterebbero tra l’altro di un’adeguata recinzione dello stagno onde prevenirne la fuga. Più fattibile (sia pur con molte riserve) la convivenza tra pesci e gamberi: da evitare sia le specie australiane (Cherax spp.) che Procambarus spp., tutte molto aggressive e per giunta capaci anch’esse di “evadere” con facilità dal laghetto, mentre più adatta è Astacus leptodactylus, reperibile spesso sui banchi del pesce dei mercati come “gambero turco”.

 

Una sgradita sorpresa

Al ritorno dalle ferie di due settimane ho trovato uno dei miei due acquari (85 l) ridotto a uno... stagno maleodorante! Unico indizio: una foglia di Nymphaea lotus che ostruiva le grate di entrata del filtro biologico interno; premetto che prima di partire avevo effettuato un cambio pari a 25 l, pulito con uno spazzolino il magnete e le grate della pompa, potato le piante, applicati timer e mangiatoia automatica. Cosa può essere successo? Dopo aver svuotato l''acquario, come mi consigliate di farlo ripartire? Con cosa devo eventualmente disinfettare la vasca e i suoi accessori perché siano sicuri? Confido nel vostro aiuto in questo brutto incubo, visto che i pesci (gli stessi con cui avevo iniziato questo affascinante ma doloroso viaggio nell''acquariofilia) sono ovviamente tutti morti... Aiutatemi a ripartire! Sergio Servidio – messaggio e-mail.

La risposta alla sua prima domanda ci sembra evidente: ostruendone le grate, la foglia di ninfea ha probabilmente ridotto al minimo il flusso idrico all’interno del filtro, bloccandone il funzionamento e causando... l’irreparabile. A questo proposito, ci permettiamo un consiglio a tutti i lettori in caso di assenza prolungata: proprio in questo numero parliamo dei filtri interni, piccoli accessori oggi molto efficienti e poco costosi, che ogni acquariofilo dovrebbe avere a portata di mano in casi di emergenza. Inserire un piccolo filtro interno prima della partenza fa sì che, in caso di rottura o malfunzionamento del filtro principale, un filtraggio essenziale – e con esso la circolazione e l’ossigenazione dell’acqua – sia comunque assicurato, evitando disastri come quello descritto in questa lettera. Passando alle altre domande, dalla sua descrizione temiamo purtroppo che lei debba praticamente ripartire da zero, sciacquando accuratamente in acqua corrente (non c’è bisogno di disinfettanti) sia la vasca che gli accessori con i materiali filtranti e d’arredamento.

 

Un granchio d’acqua dolce

Vorrei notizie sul granchio erbivoro Sesarma intermedium, che a quanto ne so vive in acque dolci. Ne approfitto per farvi i miei complimenti per il bel lavoro svolto. Roberto Belelli – messaggio e-mail.

I granchi del genere Sesarma appartengono alla famiglia Grapsidae e sono quindi affini ai nostri comuni granchi verdi di scoglio (Pachygrapsus). Il genere comprende diverse specie diffuse nelle regioni tropicali e temperate dell’Asia sud-orientale, in acque sia dolci che salmastre. La specie più comune in acquariofilia si chiama in realtà S. johorensis, facilmente riconoscibile per le vistose chele rosse (più voluminose nei maschi) e importata soprattutto dalla Tailandia e dalla Malesia (Singapore). Gli esemplari reperibili in commercio non superano in genere i 2-3 cm di diametro del carapace, taglia che può raddoppiare con l’età in seguito alle mute che si succedono regolarmente durante l’accrescimento. Purtroppo questi granchi vengono quasi sempre venduti (e acquistati) per essere allevati in acquario, mentre si tratta – al pari dei loro cugini marini di scogliera – di tipici organismi anfibi, che vivono nella zona di transizione fra l’acqua e la terraferma e sono quindi adatti solo per il paludario o il terracquario, sia dolce che salmastro. Non hanno particolari esigenze riguardo ai valori chimici dell’acqua (la cui durezza non dovrebbe però scendere sotto i 10-12°dGH), richiedono una forte umidità dell’aria e T 25-28°C. Possono convivere solo con piante palustri molto robuste (come Dracaena e Aglaonema), va evitata invece la coabitazione con chiocciole e altri invertebrati acquatici; la convivenza con i pesci può rivelarsi problematica in caso di specie molto piccole (come rasbore e neon), dotate di pinne lunghe (guppy) o voraci e aggressive (pesci palla, grossi Ciclidi, ecc.). Infine, non si tratta di granchi “ebivori”, bensì decisamente onnivori: mangiano un po’ di tutto – dagli spinaci bolliti ai vermi – e gradiscono in genere il mangime in compresse per pesci di fondo.

 

“Pistoleri-killer” nell’acquario?

Ho un acquario marino “misto”, in cui convivono egregiamente sia organismi mediterranei (molluschi, attinie, spirografi, spugne, alcuni Labridi) che tropicali (pesci pagliaccio ed anemone, vari Pomacentridi), in acqua prelevata direttamente dal mare. Tutto procedeva più che bene (una coppia di Dascyllus aruanus si è perfino riprodotta più volte), finché dalla scogliera rocciosa realizzata con pietre vive hanno cominciato ad uscire dei gamberetti che attaccano i pesci, mangiando loro le pinne e arrivando ad ucciderli. Dagli “schiocchi” molto forti che sento ogni tanto provenire dalla vasca credo si tratti di “gamberetti-pistola”. Come posso eliminare questi veri e propri “killer” dal mio acquario? Rocco M. Colaruotolo – Gaeta (LT).

I cosiddetti “gamberetti-pistola” della famiglia Alpheidae (soprattutto generi Alpheus e Synalpheus, diffusi con alcune specie anche nel Mediterraneo e nell’Atlantico oltre che, assai più numerosi, nell’Indo-Pacifico) devono il loro nome al caratteristico e impressionante “schiocco” prodotto da una delle due chele, notevolmente più sviluppata dell’altra, la cui funzione è probabilmente al tempo stesso di impressionare i predatori e disorientare le prede. Di piccola taglia (dai 2 ai 4-5 cm), si fanno però rispettare grazie al loro caratterino nient’affatto remissivo, tanto che nell’Indo-Pacifico diversi ghiozzi usano abitare le loro tane proprio per sfruttarne la notevole combattività e l’estrema diffidenza. Non ci risultava però finora mai osservato un comportamento così aggressivo come quello da lei descritto, anche perché questi gamberetti sono molto schivi ed escono in genere solo di notte dalle loro tane tra le rocce, le spugne e nella sabbia, nutrendosi perlopiù di detriti animali e vegetali e di piccoli organismi bentonici. Dalla sua lettera ci sembra di capire che si tratti di specie mediterranee (Alpheus dentipes, A. glaber e A. macrocheles le più comuni), non è escluso però che possano essere anche tropicali (A. bellulus e A. bisincisus le più frequentemente importate per il mercato acquariofilo), con nessuna delle quali però, ripetiamo, abbiamo mai avuto esperienze simili. In attesa che magari altri lettori portino la loro testimonianza in proposito, temiamo che l’unico modo per eliminare “selettivamente” i gamberetti sia introdurre dei pesci che se ne nutrono (pesci palla, pesci balestra, pesci istrice, ecc.), la cui convivenza con gli altri pesci e gli invertebrati già presenti ci appare però al contempo problematica.

 

Buchi neri sulla felce

Come mai sulla mia felce di Giava (Microsorum pteropus) si formano dei buchi neri sulle foglie fino alla morte della pianta, pur offrendole dei valori ottimali per la crescita? Francesco Sarnataro – messaggio e-mail.

Sembra che la necrosi delle fronde acquatiche di Microsorum sia favorita da accumulo di particelle organiche e minerali portate dalla corrente, consigliabile perciò “spolverarle” spesso. Un’altra causa – secondo le nostre esperienze – sembra essere una luce troppo intensa: ciò si osserva anche in acqua ma soprattutto nelle felci coltivate in idroponica ed è un fenomeno frequente nelle serre specializzate durante i mesi estivi, quando le piante non sono a volte sufficientemente ombreggiate e la luce eccessiva proveniente dall’esterno provoca appunto l’anomalo annerimento delle fronde. Per questo motivo i produttori preferiscono in genere tenere le felci di Giava in locali a parte, separate dalle altre piante più bisognose di luce. A volte, però, il fenomeno non è subito evidente e si manifesta nelle settimane successive all’acquisto, con la crescita delle fronde “bruciate”. È meglio in tutti i casi recidere subito le fronde in cui compaiano macchie e buchi neri, ripristinando ovviamente le condizioni ottimali per la crescita di questa tutto sommato poco esigente e bellissima pianta.

 

Per i vostri quesiti, dubbi, richieste d'informazione, sctivete a:
Il mio Acquario, rubrica Acquariofilia e dintorni
Via Torino, 51 - 20063 Cernusco sul Naviglio (MI)

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